È Natale: celebriamo l’Amore e la Fede

Filosofia

Il Vangelo di Luca sulla Natività ci dice alcune cose: che il Natale è la festa della riunione e della fede. Così da secoli noi cristiani (anche i non credenti) ci riuniamo in Famiglia per il Natale.
Ma se fosse solo una riunione familiare, sarebbe come un compleanno o un’altra ricorrenza familiare. Non è così, e tutti lo sentiamo. TUTTI.

Questo Natale i miei appunti hanno una particolare importanza personale e familiare. Gli ultimi tre anni sono stati per tutti molto difficili sul piano personale e sul piano lavorativo: COVID19, inflazione, grande instabilità economica. A ciò per me si é aggiunta la perdita di Papà che é deceduto quando non era possibile spostarsi... Queste parole quest'anno le sento particolarmente, per la speranza che danno, per il messaggio d'amore che contengono.

#FEDE – #SPERANZA – #VERITÀ

Per le Sacre Scritture è fin troppo evidente perché sia la festa della fede: la venuta del messia liberatore era stata profetizzata (Giudici 13,3; Isaia 7,14) come segno del Signore della fine dell’oppressione. E l’oppressione nell’Antico Testamento è (tranne nell’Esodo 1,8) una punizione del Signore per i peccati e la mancanza di fede del popolo eletto (Giudici 13,1; Isaia 5,25).

Io vorrei stasera cercare di percorrere alcune vie meno frequentate in cui la speranza si nasconde fra le righe dei Vangeli, non come un antidoto alla collera del Signore, ma come la linfa delle nostre azioni quotidiane. La fede è il credere trascendentale, la speranza assoluta, senza contropartite e senza un termine. La fede è l’amore dell’assoluto, dell’infinito, dell’eterno. È la stessa emozione dell’amore, ma senza un oggetto e senza un soggetto.
La fede si distingue dalla superstizione e dal fanatismo quando si riferisce a valori universalmente condivisi e dunque alla verità e non all’illusione.

Matteo 1,18 Nel Deutèronòmio, che è il libro dell’Antico Testamento in cui Mosè dopo la rivelazione dei dieci comandamenti sul monte Sinai (Esodo 20,1), dopo che gli Israeliti si erano abbandonati al peccato ed alla blasfemìa (Esodo 32,1) per cui Mosè spezza le tavole della legge (Esodo 32,15), per la seconda volta rivela agli Israeliti le leggi che essi dovranno rispettare in Terra Santa (Deuteronomio 5,1 – 28,68) e le sanzioni per i trasgressori. Per l’adulterio (Deuteronomio 22,23 e 24,1) la legge punisce l’adultera con il ripudio e, se il ripudio avviene pubblicamente, con la lapidazione. I fidanzati erano parificati ai coniugi (Esodo 22,15). Dunque Maria, la Madre di Gesù di fronte a Giuseppe, è la più misera delle donne. Giuseppe se la avesse rinnegata in pubblico, la avrebbe esposta alla morte per lapidazione; per questo egli intende farlo in segreto (Matteo 1,19), senza denunziarla di fronte a tutti. Ma egli ha fede (Matteo 1,20). Gesù nasce per un atto di amore di fede purissimi: per avere creduto nella verità, quando si presenta come impossibile. Giuseppe, che dovrebbe ritenersi tradito da Maria non vacilla nel suo Amore (che dunque è fede) e diviene così il Padre del Salvatore.

Comprendiamo così forse meglio le parole che Gesù pronuncia con riguardo alla adultera (Giovanni 8,3) e perché si sospetti che la peccatrice che Gesù perdona (Luca 7,44) sia Maria Maddalena. E perché Maria Maddalena sia (Matteo 27,56) al fianco della Madonna ad assistere alla passione di Cristo e una delle donne che scopre la sua risurrezione (Luca 24,10).

Gesù giace in una mangiatoia: una cassa di legno rettangolare che richiama già oggi, alla vigilia della Sua nascita l’immagine del suo sacrificio per noi: egli porta la speranza a coloro che, come Pietro, senza saperlo e senza volerlo lo tradiranno. (Matteo 26,34). Gli ortodossi ancora rappresentano il giaciglio di Gesù Bambino come una bara. La speranza non illusoria ha sempre presente la fine. Non è un caso che i re magi (gli uomini sapienti) siano inviati da Erode, che intendeva uccidere il Messia (Matteo 2,7). Non è un caso che uno di essi come dono recasse la mirra, che era un unguento per imbalsamare i morti. L’annuncio della morte incombe sul Natale.

Ma in cosa consiste la speranza quando si preannuncia un sacrificio così orribile? Nella #verità. Che i bambini, che sono la potenza assoluta del divenire, sono inarrestabili come la collera divina, come l’inesorabile trascorrere del tempo. Nella verità, che solo essi ci possono rendere migliori, facendo praticare a noi genitori quotidianamente l’amore che Gesù predicava: quello incondizionato, senza contropartite. Probabilmente l’emozione della nascita del nostro primo/a figlio/a si avvicina molto all’estasi ed alla adorazione degli uomini sapienti di fronte al Bambin Gesù (Matteo 2,11): essi benché giunti a Betlemme per compiere una importante missione per Erode, trasformati dall’evento, decisero di “prendere un’altra strada” e di non dare corso ai loro impegni verso Erode (Matteo 2,12). Riflettendo, ci si rende conto che l’emozione che proviamo alla nascita dei nostri figli è figlia del Natale e non viceversa. Esisteva un tempo, neanche troppo lontano, dove la nascita di un figlio era vista come un fatto puramente biologico.

Dunque il Natale ci fa vedere che la speranza mal riposta, il credere in valori (magari “giusti”, ma) effimeri, il porsi obbiettivi materiali o di breve perioso, ci condanna alla rassegnazione e ci induce a non cambiare nulla, mai. Peggio: ci condanna a credere in un cambiamento che non verrà mai o perché impossibile, o perché noi stessi inconsapevolmente ne rendiamo impossibile la realizzazione. La speranza è una virtù, a condizione che non divenga un alibi per non vedere che si vive male.

Solo la speranza ben riposta è fede. Altrimenti è superstizione o stupidità.

Se Giuseppe avesse giudicato Maria (Matteo 7,1; Luca 6,37-42), il Salvatore non sarebbe nato.

Questo spiega il senso vero delle parole del discorso della Montagna (Matteo 7,1): giudicare è antitetico a sperare. Un giudizio è la fine della speranza. Eppure, si è detto, occorre anche sapere smettere di sperare, talvolta. E ciò richiede giudizio. Un circolo vizioso che la condizione umana sembra condannato a non sapere spezzare. Chi ha giudizio non può avere fede? Chi ha fede non può avere giudizio? Occorre sempre una rivelazione per fare la cosa giusta? Mosè (Esodo 3,2), Isaia (6,1), Maria (Luca 1,26-38), Giuseppe (Matteo 1,20), i Re Magi (Matteo 2,12), tutti hanno una apparizione che svela loro la verità. Siamo condannati a non ascoltare la nostra voce interiore e a dipendere da una rivelazione “data”?

No, non è così. È proprio Gesù che ci insegna ad ascoltare la nostra voce interiore. Gesù non ha apparizioni, Egli nasce, Egli è. Egli ci mostra che per sentire Dio occorre vivere sentendo la missione di essere per gli altri, accettandone il peso e anche la cieca ingratitudine. Bisogna però avere un occhio sempre attento agli altri, una sorta di Antenna per le esigenze altrui.
Occorre volere ascoltare anche (soprattutto) i silenzi, fra le parole, in cui si annida il senso delle cose non dette, delle cose non capite, delle cose inesprimibili.

RIUNIONE/ECCLESIA

È proprio il riunirsi, l’ecclesia l’unica via praticabile quotidianamente per superare l’antinomia fra giudizio e fede. Il coro, la società. Gesù ci insegna che non è sufficiente ascoltare il coro, ma occorre vivere in modo da esserne ascoltati. L’ecclesia è come il violoncello per il violoncellista: è uno strumento che occorre sapere ascoltare e suonare; suonare e ascoltare. In un processo costantemente dinamico, in cui la fine è sempre l’inizio.

Ed è questa la seconda componente della festa del Natale: il riunirsi ASSIEME. Nell’ecclesia.

Ma se ci si riunisse in silenzio, senza far suonare il violoncello e senza ascoltarlo suonare, l’antinomia fra fede e giudizio non potrebbe essere mai superata. Gesù non predica solamente, egli ascolta. I nostri figli non solo imparano da noi, ma ci insegnano e ci trasformano. E, forse, i bravi genitori sono trasformati dai figli più di quanto essi non li educhino.

Ecco, la fede è proprio questo dialogo disuguale, dove chi ascolta per (sapere) ascoltare deve (sapere) parlare; dove chi non ha esperienza, ha però la forza di trasfigurare; chi è debole, in realtà è invincibile; chi insegna, in realtà impara; chi plasma, in realtà è plasmato.

LA NOVENA DELL’ANTENNA CONDOMINIALE

Nessuna metafora che ho ascoltato rende meglio l’idea del Natale della novena che nel 2003 ho ascoltato essere raccontata agli scolari in chiesa prima dell’inizio delle lezioni, una mattina ancora buia nel solstizio d’inverno, e il cui senso spero di riuscire a rendere.

<<In un condominio di Milano vivevano tante famiglie, tutte indaffarate a preparare il Natale. Ma in realtà tutti erano così indaffarati da non avere il tempo per sentire e capire il Natale. Come capita in tutte le famiglie gli abitanti di quel condominio comunque trovavano comunque il tempo di guardare un poco di televisione. Chi il telegiornale, chi “Beautiful”, chi un film.

Sul tetto di quel condominio stava una Antenna Televisiva che di tutto ciò si rendeva conto. Una antenna è li, fra cielo e terra, per ricevere informazioni e per trasmetterle alle televisioni. Ma nessuno dei programmi che lei riceveva e trasmetteva aiutava quelle persone a trovare lo spirito perduto del Natale. E così decise che doveva fare qualcosa.

Al primo piano abitava una coppia di sposini, mentre su al terzo c’era una anziana signora sola.

L’antenna decide di interrompere il programma che gli sposini stavano guardando per mostrare l’immagine della signora, anche lei sola davanti alla televisione. Ogni tanto sospirava: guardava un reality show, in cui la gente che si era persa, ritrovava gli amici, i genitori.

“Ma guarda, che tenera la signora”.
“Sembrava invece così arcigna!”
“Ma tu hai mai visto qualcuno che la andava a trovare?”
“Si: altre persone anziane, quasi tutte donne”
“Ma avrà dei figli?”
“Non lo so, perché non glielo andiamo a chiedere?”
“Ma dai, si! Anzi, poi invitiamola a prendere il the da noi di tanto in tanto”
“Senti, ma tu quando hai chiamato l’ultima volta Papà e Mamma?”
“Cielo! Una vita fa! Dai, adesso chiamiamo anche loro, sai come saranno contenti!”

L’Antenna era stanca, ma felice e decise di riprendere la sua missione il giorno dopo.

Il giorno dopo l’Antenna, con uno sforzo terribile (non si era ancora ripresa dal giorno precedente) interrompe le trasmissioni di una giovane studentessa del secondo piano, mostrandole le immagini di un ragazzo calabrese che stava in un sottotetto e che oltre a studiare, per mantenersi agli studi, lavorava. In pratica non c’era mai e, quando c’era, studiava o dormiva. La studentessa lo vede tornare la sera dal lavoro, mangiare un poco e mettersi subito a studiare. Si rende conto della sua solitudine e della grande fatica. Ma anche della paura di chi è solo e lotta allo stremo delle sue forze.
Decide di parlargli la prima volta che lo incontra per le scale, di invitarlo a cena. Anzi di cucinare un poco di più per sé, e di fargli così trovare pronto qualcosa di buono, di tanto in tanto.
L’antenna era stanchissima ma felice: sentiva che tutto questo le piaceva di più che trasmettere le solite cose. E così benché stanchissima era determinatissima a continuare il proprio lavoro il giorno dopo.

Una sera, mentre i bambini della famiglia ricca dell’ultimo piano, con l’appartamento più grande, con il terrazzo e tanti giocattoli, stavano guardando un cartone animato, l’Antenna si concentra, e facendo un incredibile sforzo (una antenna non è costruita per fare certe cose!) interrompe il loro programma e, dopo un poco di buio sullo schermo (era proprio stanchissima, la povera Antenna!), fa vedere loro le immagini del monolocale del portiere dello stabile, in cui giocavano i due figli del portiere.
Prima i bambini dell’ultimo piano volevano protestare, ma poi si rendono conto del prodigio. Riconoscono i figli del portiere.
“Ma guarda stanno giocando con i giocattoli rotti che abbiamo buttato via la settimana scorsa!”. “Si, `de vero, forse il loro babbo li ha raccolti dalla spazzatura”.
“Ma guarda, sono simpatici!”.
“Ma lo sai che non mi ero mai reso conto di come fossero simpatici? Sempre vestiti così male, mi mettevano tristezza!”
“Ma perché non andiamo a giocare con loro?”
“Si dai, anzi facciamo così: dopo avere aperto i giocattoli nuovi sotto l’albero, andiamo giù da loro e giochiamo insieme a loro con i nuovi giochi!”.
L’Antenna fa sparire le immagini del monolocale del portiere. Era affranta. Spossata. Ma felice: aveva portato lo spirito del Natale nel suo condominio, ed ora tutti erano più felici, perché avevano scoperto nuovi interlocutori con cui condividere la lieta novella.>>

IL NATALE COME FESTA CORALE DELL’ECCLESIA

Ed infatti il Vangelo ci mostra chiaramente che il Natale è una festa corale, all’opposto della Pasqua che ci sprofonda nella solitudine dell’abisso della nostra insufficienza. E questa coralità ci invita all’azione.

Il Natale è la festa dei Pastori che si comunicano la lieta novella, che ascoltano e cantano. I loro canti le loro parole ripercorrono la notte della vigilia come uno sterminato coro polifonico, estendendosi fino ai confini del mondo (Luca 2,15-16). Parole dette ascoltando. E’ dunque la festa in cui prima dobbiamo parlarci di speranza e poi lodare il Signore. Ed è la festa il cui dobbiamo rivedere i nostri giudizi. Di qui i doni, anche quelli dei Re Magi (Matteo 2,11).

Il Natale è il giorno in cui trionfa il Vangelo sul Vecchio Testamento. In effetti Gesù sovverte alcune regole fondamentali del Vecchio Testamento, ad iniziare con il discorso della montagna (Matteo 5,1). Egli, nella comunità umana, ascolta la sua voce interiore e ascolta Dio nelle sue azioni. Egli agisce, Egli non sta fermo. Egli raccoglie intorno a se la gente ed, ascoltandola, parla loro. Egli ci trasforma ed è trasformato. Egli ci dona il suo messaggio di amore. E così noi, non dobbiamo farci condizionare da nulla e da nessuno, quando sentiamo l’urgenza del nostro amore per gli altri.

Gesù ha camminato fra noi. Ci ha trasformato ed ha portato la nostra croce. Forse per questo noi Cristiani abbiamo accettato l’amore come unica fede: per la forza incredibile di questo gesto; per la sua inevitabilità (quando gli essere umani incontrano gli dei, spesso è tragedia). Così noi Cristiani per primi abbiamo abolito la schiavitù, pagando un prezzo altissimo (la povertà per quasi mille anni fino al Rinascimento, la durata della vita ridotta di un terzo, la popolazione dimezzata). Lentamente ed inesorabilmente, abbiamo creato un nuovo mondo e una nuova società (ingiusta, imperfetta, contraddittoria, caotica, … ma …), fondata sul dogma dell’amore per gli altri e dell’uguale valore di tutte le persone. Fondata sull’esperienza vissuta nei secoli, della disponibilità al sacrificio per gli altri, al sacrificio d’amore.

Persino marxismo, non è che il tentativo di affidare a dei burocrati di partito, la realizzazione in terra dei principi del Vangelo. Invece di riconoscere che la perfezione non è di questo mondo, e di confidare comunque nella nostra voce interiore, il comunismo cerca di creare un modello sociale in cui si è costretti ad “agire bene”, senza egoismi e senza “sfruttare” i più deboli: la collettivizzazione dei mezzi di produzione e dell’etica cercano di surrogare l’amore per gli altri, trasformandolo da un impeto individuale, in un dovere collettivo.

Nessuno di noi è degno dell’amore che riceve, ma neppure dell’amore che porta, eppure non possiamo fare altro che amare, se vogliamo vivere davvero. Signore non son degno, ma dì una sola parola ed io sarò salvato: una sola parola “Amore”. Benché spesso le nostre condotte sono lontane dalla prassi dell’amore per gli altri (a causa delle nostre debolezze e delle nostre imperfezioni), ciononostante ognuno di noi è fecondato dall’idea di questo amore assoluto, che quasi tutti, almeno una volta proviamo:
… la nascita di una Figlia o di un Figlio
… uno sguardo grato ,

L’#AMORE

Ma l’amore non è idillio. L’amore è un percorso in salita, è una complicazione, è una deviazione (dal percorso più breve).

L’amore non è un’autostrada, bensì un sentiero di montagna.
Alcuni pensano che i traumi e le sofferenze vissute, siano la causa della propria indifferenza e della propria incapacità di amare il prossimo.
È invece vero che il nostro amore ha le proprie radici nella sofferenza del nascere (e del partorire), nella solitudine improvvisa fuori del grembo materno, nello smarrimento di fronte ad una realtà che muta e ci sfugge continuamente, in cui ci sorprendiamo talvolta improvvisamente soli. L’amore umano è prigioniero della costrizione del nostro corpo finito. Il nostro amore genera bisogni, dipendenza, paura… Ecco perché dovrebbe essere più facile amare chi non ci vuole bene: perché è un amore senza aspettative. È un amore più simile all’amore divino.

Quando ci sentiamo odiati, di solito, non siamo capiti. Come Gesù non era compreso dai suoi carnefici, benché fosse senza peccato. Fu per odio? Fu per paura? Fu per interesse o per politica? Fatto sta che fu crocifisso.
È un dettaglio insignificante, se siamo odiati per il bene o per il male che facciamo. Poco importa se i persecutori sono in buona o cattiva fede. Il Vangelo ci insegna che non occorre sbagliare per essere perseguitati ed odiati. Gesù è perseguitato perché egli afferma di essere quello che è. Il Vangelo ci insegna a non rinnegare ciò che siamo (cosa ben diversa dalle idee in cui crediamo!). Non sono i riti, i princìpi e le regole che ci mostrano la verità, ma l’accettazione profonda del proprio essere (imperfetto) e dell’essere (imperfetto) altrui. Il senso della vita non è nel sapersi adattare in modo da essere accettati dagli altri. Non è fingere di essere migliori di quello che si è, nascondendosi dietro regole e procedure socialmente accettate. Rinnegando il nostro essere (imperfetto), mascherandolo, finiamo con il perdere la capacità d’amare (anzi, probabilmente, alimentiamo in noi un sordo e insensibile odio per gli altri, di cui siamo ostaggio). Non è, dunque, fuggendo il dolore e il conflitto, che creiamo le condizioni migliori per vivere l’amore. Infatti, l’amore è la casa in cui si rifugia il nostro spirito, quando è sofferente. Negarsi la possibilità di amare gli altri, anche quelli che ci feriscono, significa privare l’anima del proprio rifugio. Ecco perchè Cristo ha vissuto ed è morto, appunto, amandoci sempre.

Mi sono sempre chiesto come conciliare con la vita di tutti giorni questi alti propositi. Esiste un esito diverso dalla passione, per coloro che hanno fede? Come superare nella nostra vita la Legge del Taglione (Matteo 5,38; Levitico 24,20). La risposta è sorprendentemente semplice: celebrare i riti della fede e dell’amore, con costanza e con dedizione. E nella celebrazione dei riti familiari e religiosi, ricordarsi di coloro che non ci comprendono e perdonarli, chiedendo perdono per i nostri errori. Come facciamo oggi, tutti riuniti assieme, in Famiglia.
La vita é meravigliosa !

Buon Natale

Pubblicata: giovedì 21 dicembre 2023
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